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NON SONO FENOMENI GLI SPAGNOLI CHE CREDONO E INVESTONO NEI CALCIATORI DI ORIGINE IBERICA, MA OTTUSI NOI NEL NON DARE FIDUCIA A CIO’ CHE E’ ITALIANO
Era proprio necessario che il Parma andasse sul mercato estero per prendere un greco che all’Europeo ha fatto cilecca, un francese che l’anno scorso al Bologna ha messo insieme nove presenze e zero reti ed un colombiano che per quanto bravo possa essere dovrà pagare qualcosa in termini di adattamento al nostro calcio?
(Luca Russo) – Un calcio italiano votato all’autarchia sarebbe fuori moda in un tempo in cui tutti i club – da quelli con immense risorse economiche a quelli che, in assenza di grosse sponsorizzazioni e di grandi ricavi dai diritti televisivi, devono vendere al miglior offerente i loro pezzi pregiati – comprano all’estero e solo in rari casi spendono in Italia. In questo momento, in verità da diversi anni, fa tendenza un comportamento che si muove nella direzione opposta e che suggerisce alle nostre società di spendere qualche soldo su uno straniero dal nome impronunciabile e dalle dubbie capacità tecniche, invece che investirne qualcuno in più su un calciatore italiano di sicuro avvenire o di indubbio valore. Costano di meno gli stranieri, dicono. Vero (ma è sempre così?). Così come è vero che per pescare un non italiano buono bisogna prima acquistarne tre o quattro da consegnare alle cronache calcistiche come i più grandi bidoni del pallone nostrano. Ve li ricordate Vampeta, Gresko, Luis Silvio (brasiliano assoldato dalla Pistoiese nell’unica stagione in A della propria storia), Prunier e Detari? Bidoni, appunto. Almeno qui da noi.
Continua la lettura all’interno
La storia ci ha insegnato poco o niente visto che negli anni a venire di ‘pacchi’ tipo Gresko o Detari ce ne hanno rifilati altri. Tanti altri. Con un paio di effetti che hanno imbruttito il nostro campionato, non più visto come il più bello e complicato del mondo e derubricato a torneo poco accattivante da cui le grandi stelle preferiscono scappare. Col senno di poi, non è stata una gran trovata rivolgersi quasi sempre al mercato estero. Così facendo ci siamo assicurati le ‘prestazioni’ di calciatori quasi mai talentuosi (con l’eccezione dell’Udinese che sa bene dove mettere le mani) che hanno svilito il patrimonio tecnico della nostra massima serie. Va da sé, quindi, che i top player residenti nel nostro campionato abbiano fatto o facciano a gara per andare altrove (a caccia anche di retribuzioni più voluminose di quelle che possiamo offrire noi): i pezzi pregiati vanno esposti nella vetrina di una boutique in pieno centro storico e non su di un sudicio scaffale di una bottega di periferia. Aggiungiamo, inoltre, che per portare alle nostre latitudini gente del ‘calibro’ di Vampeta, Luis Silvio e Prunier, snobbando ciò che è il nostro prodotto interno, abbiamo tolto minuti e visibilità ai calciatori italiani, che un tempo erano la colonna vertebrale del nostro campionato. Nessuno si stupisca se Pirlo ha dovuto attendere il ventitreesimo anno di età per debuttare in nazionale maggiore ed il ventisettesimo per sollevare al cielo il suo primo (ed unico fin qui) trofeo in maglia azzurra, mentre Busquets a ventiquattro anni può andare in giro a raccontare di aver già vinto un mondiale (2010) ed un europeo (2012). Quando i nostri muovono i primi passi nel calcio che conta, gli altri vantano al loro attivo un chilometraggio da far paura. Peraltro maturato non su viuzze di secondo piano, ma sulle principali arterie nazionali ed internazionali.
Così per un Gaetano D’Agostino che da noi esplode a ventitré anni e nel Messina (con rispetto parlando), in Spagna c’è un Andrés Iniesta che al Barcellona ci arriva quando è ancora un adolescente ed a vent’anni ne è già un elemento insostituibile. Per carità, D’Agostino non è Iniesta. Ma è possibile che dalle nostre parti debba sistematicamente valere quel detto per cui l’erba del vicino è sempre più verde? E’ da escludere che un D’Agostino più considerato e coltivato con maggior cura dai nostri tecnici avesse potuto dare più frutti del bravissimo Iniesta? No. E anzi insistiamo: non sono fenomeni gli spagnoli che credono e investono nei calciatori di origine iberica, ma ottusi noi nel non dare fiducia a ciò che è italiano. Guardiamo il Parma. Era proprio necessario andare sul mercato per prendere un greco che all’europeo ha fatto cilecca (sebbene sia stato utilizzato quasi sempre in un ruolo che non gli appartiene), un francese che l’anno scorso al Bologna ha messo insieme nove presenze e zero reti ed un colombiano che per quanto bravo possa essere (ed i suoi numeri all’Atlético Nacional lo confermano) dovrà pagare qualcosa in termini di adattamento al nostro calcio? Non si poteva attingere dalla primavera o dalle categorie inferiori per reperire un paio di interessanti italiani? Cigarini, Dessena, Giuseppe Rossi, Materazzi, Grosso e Liverani è da lì che sono arrivati. Guai a dimenticarselo. E guai a battere ulteriormente la via dell’esterofilia. In altri sport lo hanno capito. Il 2 Luglio la Federazione Italiana Nuoto, per la pallanuoto, ha stabilito, in accordo con le società, che ogni squadra potrà schierare in acqua al massimo due atleti non italiani ed in generale i club si sono impegnati a tesserare soltanto due giocatori non italiani. Tanta roba per un movimento la cui più alta espressione, il Settebello di Sandro Campagna, negli ultimi tre anni ha comunque raccolto un secondo posto agli europei di Zagabria nel 2010, la quarta piazza a quelli di Eindhoven disputati quest’anno e l’oro al mondiale di Shangai nel 2011. Non chiediamo al calcio italiano di darsi regole troppo stringenti. Non ci riuscirebbe e, forse, nemmeno potrebbe. Chiediamo ai nostri club soltanto un po’ di buon senso quando devono fare o rifare la squadra. Mettendoci dentro due o tre italiani per ogni straniero tesserato. In fondo non è col buon senso che il Piacenza made in Italy (conosciuto, appunto, come ItalPiace) è riuscito a sopravvivere a lungo in una A quasi del tutto invasa dal forestiero? Luca Russo
3 commenti:
Carissimo Russo,
con tutto il rispetto non condivido quasi nulla di ciò che lei dice. Quanto al binomio italiani - stranieri bisogna innanzitutto specificare se si parla in termini di rendimento o di aiuto alla nazionale. Se il suo discorso viene fatto nella seconda ottica è tutto un altro paio di maniche, ma in termini di rendimento non condivido proprio. Pirlo ha esordito in nazionale a 23 anni? Inevitabile visto che prima che Ancelotti lo reinventasse regista come trequartisti c'erano giocatori ben più forti di lui all'epoca. Non mancano i giocatori italiani che hanno esordito giovanissimi in maglia azzurra, nemmeno nell'attuale gruppo che ha di recente disputato gli europei. I bidoni ci sono sia tra gli stranieri che tra quelli attinti nei vivavi: potrei farle un elenco di pagine di gente che sembrava un fenomeno in under21 e poi si è rivelata una meteora. Giova ricordare che l'Inter del triplete non aveva titolari italiani e che l'Udinese dei miracoli ne ha giusto un paio. E' inutile, a mio avviso, voler fare gli italianofili o gli esterofili a tutti i costi ed è pretestuoso accusare il Parma di mania per l'estero dato che solo la scorsa stagione aveva un numero di titolari e quasi titolari italiani impressionanti (Mirante, Zaccardo, Lucarelli, Gobbi, Modesto, Valiani, Morrone, Galloppa, Giovinco, Floccari). Tutti si aspettavano che la dirigenza mettesse in tasca i soldi di Giovinco e Borini e invece li sta reinvestendo sul mercato (tra l'atro prendendo anche Andrea Rossi, Parolo e il naturalizzato Amauri). La sfida è tutta tecnica e ci sarà da vedere quante delle nuove scommesse saranno vinte e quante perse. Ps: Ninis appena rientrato da un grave infortunio e schierato quasi terzino non credo sia quello vero.
Cordialmente.
Raffo Ferraro
Seguendo il suo ragionamento, visto che Pirlo è attualmente il centrocampista più forte che abbiamo dalle nostre parti, è giusto che uno potenzialmente forte come Verratti sia lasciato in panchina a marcire o addirittura a casa a fare il tifoso da salotto fino a quando Andrea da Brescia ne avrà per stare su un campo di calcio.
Nel 2006, Fabregas aveva 19 anni, Torres e Iniesta 22. Tutti e tre erano in campo nell'ultima partita del gruppo H, vinta dalla Spagna per uno a zero contro l'Arabia Saudita. Quella Spagna venne poi eliminata agli ottavi dalla Francia. Fu l'ultima sconfitta e furono le ultime reti subite dagli iberici nelle fasi ad eliminazione diretta di Mondiali ed Europei. Due anni dopo vinsero il loro secondo Europeo, nel 2010 il mondiale sudafricano e quattro giorni fa hanno messo in bacheca un altro titolo europeo. Ma torniamo al principio dell'epoca d'oro degli spagnoli: tutto cominciò con una sconfitta. Con una eliminazione. Segno tangibile che per restare ad alti livelli per tanto tempo bisogna partire dal basso. E anche mettere in preventivo qualche cocente delusione. Gli spagnoli hanno avuto il coraggio di rischiare un mondiale, quello del 2006, lanciando diversi giovani. Col senno di poi: gli fa più male aver fatto brutta figura in quell'edizione o sono molto più contenti per aver inanellato tre titoli consecutivi nei cinque anni successivi?
Capisco pure che di bidoni ce ne siano da una parte e dall'altra. Ma con una differenza: ogni volta che da noi arriva uno straniero ci viene presentato, proposto come il nuovo Messi, il nuovo Kakà, il nuovo Maradona, il nuovo Maicon, il nuovo Ronaldo. E permettimi: se qualcuno dice che sta vendendomi dell'oro, ho buone ragioni per incavolarmi se poi in mano mi ritrovo un articolo di bigiotteria. Insomma, se un tale arriva qui come il nuovo Ibra, mi aspetto anche che il suo rendimento sia almeno uguale a quello offerto dallo svedese del Milan.
Nei riguardi degli italiani, al contrario, c'è sempre un muro di diffidenza difficile da abbattere. In Spagna gente come Destro, Verratti, Insigne, Capuano e Romagnoli sarebbe stata convocata per la maggiore. Anche a costo di vedersi eliminare da Croazia e Irlanda. Intanto avrebbero fatto un bel po' di sana e robusta esperienza. E poi in Brasile, tra due anni, gli altri avrebbero dovuto fare i conti anche con noi.
Non ho accusato il Parma per le stagioni passate. Quanto per il mercato che ha portato avanti fin qui in vista della prossima stagione. Per carità, potremmo anche aver indovinato tutte le scommesse ed in quel caso sarò pronto a cospargermi il capo di cenere. Però resterei col solito dubbio: a che serve tenere in vita un settore giovanile che in fin dei conti non ci rifornisce di elementi nella misura in cui sarebbe necessario ad una realtà come Parma, se poi andiamo a pescare altrove un greco, un francese ed un colombiano peraltro reinvestendo una bella fetta di quanto incassato con le cessioni di Giovinco e Borini? Non sarebbe il caso di iniziare a dare un senso a 'sta benedetta Primavera mandando qualcuno dei suoi migliori calciatori a farsi le ossa in prima squadra? Bisogna rischiare, bisogna provarli, vedere l'effetto che fa. Non voglio credere che nel nostro vivaio non ci siano almeno due elementi meritevoli di convocazione in prima. E' molto più probabile che non ci sia nessuno disposto a dargli fiducia. L'Italia resta pur sempre la patria del risultato ad ogni costo. Lo ripeto: Cigarini, Dessena e G.Rossi li abbiamo cresciuti noi. Guai a dimenticarsene.
Scusi Russo ma a mio avviso il paragone non calza: io ribadisco che secondo me era giustissimo che Pirlo da mezzapunta non avesse esordito in nazionale perchè il quel ruolo non era un fenomeno e aveva davanti gente come Totti e Del Piero già all'apice della carriera e con molti anni davanti a loro. Ora lungi da me pensare che Verratti debba marcire in panchina, ma la situazione è ben diversa! In primo luogo perchè è l'unica possibile alternativa a Pirlo in questo momento e, in secondo luogo, perchè Pirlo è già anziano. D'altronde Verratti è cercato da Juventus e Napoli in primis, oltre che dall'estero, e -pur dovendo ancora esordire in serie A- ha fatto parte del gruppo dei 32 di Prandelli. Non nego che in alcuni casi gli stranieri siano più "pompati" rispetto agli italiani, ma di certo non è quello del giovane regista il caso. Per tornare al nostro amatissimo Parma mi sembra che sia una squadra che con la gestione Ghirardi investe moltissimo nel settore giovanile con affiliazioni e ultimo (ma solo in ordine cronologico) il progetto in Cina. Credo che questa politica però porterà siginificativi benefici nel medio-lungo periodo e non nell'immediato. Mi sembra difficile pensare che abbiamo già i fenomeni in casa ma per qualche forma di autolesionismo non li facciamo giocare.
Raffo Ferraro
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