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lunedì 14 febbraio 2011
SPORT WEEK, CINQUE PAGINE A GIOVINCO
La Formica Atomica, alla fine della settimana del suo debutto in azzurro, ha svelato il suo modo di essere fuori dal campo in esclusiva per il magazine della Rosea
(gmajo) – Cinque pagine su Sport Week non capitano tutti i giorni. Sebastian Giovinco, nella settimana che ha visto il suo esordio in azzurro, ha raccontato il suo modo di essere fuori dal campo in esclusiva per il prestigioso magazine della Gazzetta dello Sport, in edicola sabato scorso. La Formica ha rivelato di essere orgoglioso delle sue origini meridionali e per essere per la distinzione di ruoli (in casa) tra uomo e donna: sicché, come sintetizzato nel titolo, non cucina, non spolvera e non lava i piatti. La conversazione con il giornalista Fabrizio Salvio è completata dal reportage fotografico di Emanuela Gambazza. Qualche settimana fa sullo stesso settimanale era uscita una classifica degli allenatori più eleganti: ma con spirito propositivo avevamo evitato di riprenderla perché il nostro Bazguale (qualche mese fa idolo delle tifose parmigiane per il suo look), voto quattro (“Troppo trasandato”), era stato sonoramente battuto. Da Guidolin (voto nove, “Almeno uno vestito sportivo”)…
All’interno la trascrizione dell’intervista di Sport Week a Giovinco
GIOVINCO: “NON CUCINO, NON SPOLVERO, NON LAVO I PIATTI”
di Fabrizio Salvio – Foto di Emanuela Gambazza per Sport Week (Anno 12, n.05 del 12.02.2011)
L’attaccante del Parma e il suo modo di essere uomo: “Sono orgoglioso delle mie radici meridionali, gelosissimo e per la divisione dei ruoli in casa. I miei valori? Rispetto e sincerità. Un mio difetto? L’ignoranza. Leggo solo libri sulla mafia”.
“Sono piemontese solo di nascita. Dentro, mi sento meridionale. E mi comporto come tale. Sempre”. Per Sebastian Giovinco, torinese di Beinasco, il Sud è molto più della terra d’origine dei genitori, padre siciliano e madre calabrese. E’ un luogo dell’anima, un tratto distintivo, un segno di appartenenza. L’inizio di tutto. Qui spiegherà cosa vuol dire, per lui, pensare e vivere da meridionale. Incurante del fatto che certe sue idee potrebbero essere giudicate antiche, convenzionali, appiattite su vecchi stereotipi. Ai propri occhi, Giovinco, 24 anni compiuti da due settimane, trequartista del Parma, rilanciatosi dopo un 2010 da dimenticare tra infortuni e tanta panchina alla Juve, appare come “uno che non ha paura di niente e nessuno. Neanche dei giudizi e pregiudizi altrui. E orgoglioso. Molto orgoglioso”.
A proposito di orgoglio: quanto è stufo, di essere trattato come un fenomeno da circo?
“Perché sono alto 164 centimetri, peso 55 chili, eppure gioco a calcio ad alto livello? Chieda piuttosto a quelli che vogliono sapere come mi sento in mezzo ai giganti, e come riesco a reggere i contrasti e le spallate dei difensori, se si sono finalmente scocciati di farmi sempre la stessa domanda. Non capisco questo accanimento: non sono il primo e non sarò l’ultimo ‘piccolo’ del pallone. E non è vero che sono il più basso del campionato”.
Come fa a saperlo? Consulta gli almanacchi?
“Me ne accorgo nel tunnel che porta al campo, dove noi e gli avversari stiamo in fila aspettando che si faccia l’ora di entrare. Guardo quelli che mi stanno di fronte, e alcuni li fisso dritto negli occhi. Poi gli stringo la mano, e mi convinco definitivamente: questo è alto uguale. Insomma, secondo me qualcuno fa il furbo, e ruba qualche centimetro”.
Chi sono, quelli che barano?
(sorride) “Miccoli del Palermo. Pizarro della Roma”.
E nella vita di tutti i giorni, le ha pesato, la storia dell’altezza? Per esempio da ragazzino?
“Mai. Mai preso in giro, a scuola o per strada”.
E con le ragazze? Non ha mai pensato: non sono alto, non ho il fisico palestrato; se questa esce con me, è perché faccio il calciatore?
“E’ sbagliato dire che non ho il fisico palestrato. Non sono Mike Tyson, ma sono messo bene. E poi, sono fidanzato da quattro anni con Sharj. E’ una cosa seria”.
Perdoni: quanto è alta?
“Con i tacchi, più di me”.
Di se stesso, ha detto: sono timido e riservato, di poche parole. Allora come riuscito a conquistarla?
“Con le donne ci so fare. Sharj lavorava in un centro commerciale di Beinasco, l’ho vista, mi sono avvicinato, ho cominciato a fare domande. Dopo un po’ siamo andati in vacanza insieme. Adesso che sono a Parma è venuta a stare con me. Finché sono rimasto alla Juventus, ho continuato a vivere con i miei, ma ora era giusto che ci fosse un distacco, che mi facessi la mia vita”.
Come ha fatto a capire di essere pronto a vivere insieme a lei?
“Parlando, ho capito che la pensa come me. Che è stata educata secondo gli stessi valori”.
E quali sono?
“Rispetto e sincerità. Mai tradire la fiducia. E, in casa, divisione dei ruoli”.
Cioè?
“I mestieri li fa lei. Io non cucino, non spolvero, non lavo i piatti. In questo sono maschilista, all’antica. A lei va bene: è cresciuta allo stesso modo”.
E’ geloso?
“Tanto”.
Ma Sharj può uscire con le amiche?
(sorride) “Certo. Prima me la fa conoscere, poi mi dice dove va, e dopo può uscire.”
Di cosa parlate?
“Di tutto. E lì mi accorgo che la mia fidanzata è molto più in gamba di me. Ha studiato Giurisprudenza, e si vede. E’ molto intelligente. Io pure lo sono, ma sono ignorante come una capra. La scuola non faceva per me: non riuscivo a stare fermo, e anche ora è lo stesso. Sono sempre agitato, frenetico. Non avevo abbastanza pazienza per concentrarmi sui libri”.
E quando con la sua donna si accorge di non reggere il confronto dialettico, prova imbarazzo?
“Sì, e lei ogni tanto mi sfotte. Ma non mi arrabbio, non sono cose importanti. La perdono”.
Cosa invece non le perdorerebbe?
“Il tradimento. Sono meridionale, no? Ci sono cose che non si possono sbagliare”.
Legge qualche libro?
“Da un po’ di tempo, sono quelli che parlano di mafia. L’ultimo è stato Ho ucciso Giovanni Falcone, il libro confessione di Giovanni Brusca”.
Perché proprio questi?
“Perché raccontano storie vere. Perché sono mezzo siciliano e voglio capire meglio la terra. Perché dei mafiosi non si sa niente, se non quello che esce dai processi. Perché mi incuriosisce capire quale sia il loro codice d’onore”.
Qual è il suo?
“Quello dei miei amici. Persone uguali a me. Che danno rispetto. Che non vivono di certezze o danno tutto per scontato. Che, soprattutto, mantengono la parola data. Io non me la prendo se uno che è diverso da me dice di chiamarmi e poi non lo fa. Ma se tu sei come me, se la pensi allo stesso modo, e dici che più tardi mi telefonerai, allora mi aspetto che tu lo faccia. Perché, se no, io resto col cellulare acceso fino alle quattro del mattino. E se quella telefonata non arriva, mi offendo. Pure questa è mentalità meridionale”.
Lei insiste sul concetto di rispetto. Alla Juve, dove è cresciuto, non si è sentito rispettato?
“Penso che meritassi qualcosa in più. E non perché fossi un bravo ragazzo, ma per quello che davo in campo. So di poterci stare, in una grande squadra; il problema è riuscire a dimostrarlo. Alla Juve non mi hanno dato la possibilità di farlo”.
E’ vero che Del Piero non le parlava? Era geloso di lei, suo possibile erede?
“Ma no. Ci scherzavo, mi ha pure dato dei consigli. Forse altri compagni più di lui mi hanno fatto da chioccia, ma da parte sua non è stata cattiva volontà: ho capito che, questo ruolo, non rientrava nel suo carattere”.
Le scoccia che il suo cartellino sia a metà fra Parma e Juve? Preferirebbe tagliare il cordone ombelicale con i bianconeri?
“Nella mia testa l’ho già fatto. Meglio che ognuno vada per la sua strada”.
Ce qualcosa che vuole dimostrare?
“A quelli che non hanno creduto in me, che ci sono sbagliati. Sarebbe la vittoria migliore”.
di Fabrizio Salvio – Foto di Emanuela Gambazza per Sport Week (Anno 12, n.05 del 12.02.2011)
Stadiotardini.com ringrazia la RCS per l’autorizzazione alla pubblicazione dell’articolo di cui detiene il copyright
All’interno la trascrizione dell’intervista di Sport Week a Giovinco
di Fabrizio Salvio – Foto di Emanuela Gambazza per Sport Week (Anno 12, n.05 del 12.02.2011)
L’attaccante del Parma e il suo modo di essere uomo: “Sono orgoglioso delle mie radici meridionali, gelosissimo e per la divisione dei ruoli in casa. I miei valori? Rispetto e sincerità. Un mio difetto? L’ignoranza. Leggo solo libri sulla mafia”.
“Sono piemontese solo di nascita. Dentro, mi sento meridionale. E mi comporto come tale. Sempre”. Per Sebastian Giovinco, torinese di Beinasco, il Sud è molto più della terra d’origine dei genitori, padre siciliano e madre calabrese. E’ un luogo dell’anima, un tratto distintivo, un segno di appartenenza. L’inizio di tutto. Qui spiegherà cosa vuol dire, per lui, pensare e vivere da meridionale. Incurante del fatto che certe sue idee potrebbero essere giudicate antiche, convenzionali, appiattite su vecchi stereotipi. Ai propri occhi, Giovinco, 24 anni compiuti da due settimane, trequartista del Parma, rilanciatosi dopo un 2010 da dimenticare tra infortuni e tanta panchina alla Juve, appare come “uno che non ha paura di niente e nessuno. Neanche dei giudizi e pregiudizi altrui. E orgoglioso. Molto orgoglioso”.
“Perché sono alto 164 centimetri, peso 55 chili, eppure gioco a calcio ad alto livello? Chieda piuttosto a quelli che vogliono sapere come mi sento in mezzo ai giganti, e come riesco a reggere i contrasti e le spallate dei difensori, se si sono finalmente scocciati di farmi sempre la stessa domanda. Non capisco questo accanimento: non sono il primo e non sarò l’ultimo ‘piccolo’ del pallone. E non è vero che sono il più basso del campionato”.
Come fa a saperlo? Consulta gli almanacchi?
“Me ne accorgo nel tunnel che porta al campo, dove noi e gli avversari stiamo in fila aspettando che si faccia l’ora di entrare. Guardo quelli che mi stanno di fronte, e alcuni li fisso dritto negli occhi. Poi gli stringo la mano, e mi convinco definitivamente: questo è alto uguale. Insomma, secondo me qualcuno fa il furbo, e ruba qualche centimetro”.
Chi sono, quelli che barano?
(sorride) “Miccoli del Palermo. Pizarro della Roma”.
“Mai. Mai preso in giro, a scuola o per strada”.
E con le ragazze? Non ha mai pensato: non sono alto, non ho il fisico palestrato; se questa esce con me, è perché faccio il calciatore?
“E’ sbagliato dire che non ho il fisico palestrato. Non sono Mike Tyson, ma sono messo bene. E poi, sono fidanzato da quattro anni con Sharj. E’ una cosa seria”.
Perdoni: quanto è alta?
“Con i tacchi, più di me”.
Di se stesso, ha detto: sono timido e riservato, di poche parole. Allora come riuscito a conquistarla?
“Con le donne ci so fare. Sharj lavorava in un centro commerciale di Beinasco, l’ho vista, mi sono avvicinato, ho cominciato a fare domande. Dopo un po’ siamo andati in vacanza insieme. Adesso che sono a Parma è venuta a stare con me. Finché sono rimasto alla Juventus, ho continuato a vivere con i miei, ma ora era giusto che ci fosse un distacco, che mi facessi la mia vita”.
Come ha fatto a capire di essere pronto a vivere insieme a lei?
“Parlando, ho capito che la pensa come me. Che è stata educata secondo gli stessi valori”.
E quali sono?
“Rispetto e sincerità. Mai tradire la fiducia. E, in casa, divisione dei ruoli”.
“I mestieri li fa lei. Io non cucino, non spolvero, non lavo i piatti. In questo sono maschilista, all’antica. A lei va bene: è cresciuta allo stesso modo”.
E’ geloso?
“Tanto”.
Ma Sharj può uscire con le amiche?
(sorride) “Certo. Prima me la fa conoscere, poi mi dice dove va, e dopo può uscire.”
Di cosa parlate?
“Di tutto. E lì mi accorgo che la mia fidanzata è molto più in gamba di me. Ha studiato Giurisprudenza, e si vede. E’ molto intelligente. Io pure lo sono, ma sono ignorante come una capra. La scuola non faceva per me: non riuscivo a stare fermo, e anche ora è lo stesso. Sono sempre agitato, frenetico. Non avevo abbastanza pazienza per concentrarmi sui libri”.
“Sì, e lei ogni tanto mi sfotte. Ma non mi arrabbio, non sono cose importanti. La perdono”.
Cosa invece non le perdorerebbe?
“Il tradimento. Sono meridionale, no? Ci sono cose che non si possono sbagliare”.
Legge qualche libro?
“Da un po’ di tempo, sono quelli che parlano di mafia. L’ultimo è stato Ho ucciso Giovanni Falcone, il libro confessione di Giovanni Brusca”.
Perché proprio questi?
“Perché raccontano storie vere. Perché sono mezzo siciliano e voglio capire meglio la terra. Perché dei mafiosi non si sa niente, se non quello che esce dai processi. Perché mi incuriosisce capire quale sia il loro codice d’onore”.
“Quello dei miei amici. Persone uguali a me. Che danno rispetto. Che non vivono di certezze o danno tutto per scontato. Che, soprattutto, mantengono la parola data. Io non me la prendo se uno che è diverso da me dice di chiamarmi e poi non lo fa. Ma se tu sei come me, se la pensi allo stesso modo, e dici che più tardi mi telefonerai, allora mi aspetto che tu lo faccia. Perché, se no, io resto col cellulare acceso fino alle quattro del mattino. E se quella telefonata non arriva, mi offendo. Pure questa è mentalità meridionale”.
Lei insiste sul concetto di rispetto. Alla Juve, dove è cresciuto, non si è sentito rispettato?
“Penso che meritassi qualcosa in più. E non perché fossi un bravo ragazzo, ma per quello che davo in campo. So di poterci stare, in una grande squadra; il problema è riuscire a dimostrarlo. Alla Juve non mi hanno dato la possibilità di farlo”.
“Ma no. Ci scherzavo, mi ha pure dato dei consigli. Forse altri compagni più di lui mi hanno fatto da chioccia, ma da parte sua non è stata cattiva volontà: ho capito che, questo ruolo, non rientrava nel suo carattere”.
Le scoccia che il suo cartellino sia a metà fra Parma e Juve? Preferirebbe tagliare il cordone ombelicale con i bianconeri?
“Nella mia testa l’ho già fatto. Meglio che ognuno vada per la sua strada”.
Ce qualcosa che vuole dimostrare?
“A quelli che non hanno creduto in me, che ci sono sbagliati. Sarebbe la vittoria migliore”.
di Fabrizio Salvio – Foto di Emanuela Gambazza per Sport Week (Anno 12, n.05 del 12.02.2011)
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