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sabato 6 agosto 2011
LA ROSEA CONTRO GLI ULTRA’
Coraggiosa campagna della Gazzetta dello Sport. Scrive il vice direttore Arcuri: “Troncare i rapporti indebiti tra le società e i gruppi ultrà e rendere lo stadio vivibile aperto a tutti”
(gmajo) – Qualche giorno fa ampio risalto all’altro problema dell’Atalanta (da sommarsi alle richieste del procuratore federale Palazzi per il calcio scommesse) con la segnalazione del caso delle corsie preferenziali riservate agli ultrà contrari alla tessera del tifoso per l’acquisto di biglietti, ieri, venerdì 5 agosto la decisa, temeraria, inusuale presa di posizione del vice direttore della Gazzetta dello Sport Franco Arcuri nel corsivo in prima pagina dal titolo “Ultimo stadio”, in cui, senza tanti giri di parole suggeriva la sua ricetta per non scivolare in quinta posizione in Europa, dopo la recente retrocessione al quarto: “Per risalire la corrente dobbiamo cominciare a chiamare le cose con il loro nome e avviare politiche coraggiose. Punto primo: troncare i rapporti indebiti tra le società e i gruppi ultrà e rendere lo stadio vivibile, aperto a tutti. Con posti numerati, tutti a sedere, con ogni garanzia per i clienti-tifosi. O così o la giungla attuale”. Nel suo editoriale Arcuri accenna al problema degli stadi italiani che hanno una età media di 68 anni e aggiunge: “Gli stadi inglesi, quelli spagnoli e tedeschi non si differenziano dai nostri solo per la loro modernità e produttività. No, lì dentro c’è civiltà e legge. Lì ci sono lo Stato e l’ordine pubblico”. C’è di che riflettere. All’interno la trascrizione completa dell’articolo “Ultimo stadio” di Franco Arturi.
ULTIMO STADIO
di Franco Arturi (da La Gazzetta dello Sport di venerdì 5 agosto 2011)
Problema di stadi, afferma Galliani, il più titolato ed esperto dirigente del calcio italiano, per descriverne l’amara discesa fino al quarto posto in Europa, con vista sul quinto. Analisi cruda e molto condivisibile, che vorremmo arricchire con un passo indietro ed un altro avanti.
Il flash back riguarda le responsabilità storiche. E’ sempre molto utile, diremmo indispensabile, ricercarle. Buona parte di queste “colpe” sono proprio dei nostri club e delle cosiddette “piazze” dei tifosi. Che hanno vissuto da cicale nell’ultimo mezzo secolo mentre altri grilli, molto più previdenti, guardavano lontano. Era il 1961 quando l’Inter acquistò Luis Suarez, inarrivabile regista. Su di lui e sui suoi compagni la società nerazzurra edificò una leggenda. Ma sapete perché il Barcellona si privò di quel gioiello? Per pagarsi i costi della ristrutturazione del suo Camp Nou e per rivitalizzare il settore giovanile. Non male, vero?
Mentre noi ci baloccavamo da anni con il “campionato più bello del mondo”, razziando a piacimento i Rush, i Matthaeus e i Gullit, in Spagna, Inghilterra e Germania cominciavano a costruirsi la casa per un futuro migliore. Che è arrivato ed è adesso, mentre noi siamo fuori e al freddo. Dal 2000 al 2008 le società di Premier League (proprio loro, non lo Stato) hanno investito nei loro stadi quasi un miliardo e mezzo di euro al cambio attuale. Noi siamo agli spiccioli. C’è un’unica lodevole eccezione: la Juve. Per il resto siamo a zero.
Sarebbe utile riconoscere il proprio ritardo culturale e imprenditoriale prima di procedere: è questo che ci zavorra, non il destino cinico e baro. E’ questo che manda i tifosi italiani in stadi che hanno un’età media di 68 anni. Certo che lo stadio di proprietà è un affare: peccato che gli altri se ne siano accorti molto prima e che i club abbiano riversato tutti i loro soldi nelle tasche dei giocatori. Così l’Arsenal vede i suoi ricavi da stadio al 45% del fatturato contro il 17% del Milan e il 14% dell’Inter.
E ora un balzo verso il futuro. Mettiamo che per un colpo di magia stadi nuovi e funzionali siano già disponibili in Italia. E che i tifosi della Serie A possano entrare in luoghi tipo l’ “Allianz” o l’ “Emirates” o quello che volete voi. Bene, come li vedete quegli impianti in rapporto all’attuale occupazione indebita che i gruppi di ultrà più violenti fanno di settori interi? Impossibile inverosimile. Perché gli stadi inglesi, quelli spagnoli e tedeschi non si differenziano dai nostri solo per la loro modernità e produttività. No, lì dentro c’è civiltà e legge. Lì dentro ci sono lo Stato e l’ordine pubblico.
Ha ragione Galliani, col suo senso del realismo: siamo in quarta fila e potremmo scivolare in quinta. Ma per risalire la corrente dobbiamo cominciare a chiamare le cose con il loro nome e avviare politiche coraggiose. Punto primo: troncare i rapporti indebiti fra le società e i gruppi ultrà e rendere lo stadio vivibile, aperto a tutti. con posti numerati, tutti a sedere, con ogni garanzia per i clienti-tifosi. O così o la giungla attuale.
Franco Arturi (da La Gazzetta dello Sport di venerdì 5 agosto 2011)
ULTIMO STADIO
di Franco Arturi (da La Gazzetta dello Sport di venerdì 5 agosto 2011)
Il flash back riguarda le responsabilità storiche. E’ sempre molto utile, diremmo indispensabile, ricercarle. Buona parte di queste “colpe” sono proprio dei nostri club e delle cosiddette “piazze” dei tifosi. Che hanno vissuto da cicale nell’ultimo mezzo secolo mentre altri grilli, molto più previdenti, guardavano lontano. Era il 1961 quando l’Inter acquistò Luis Suarez, inarrivabile regista. Su di lui e sui suoi compagni la società nerazzurra edificò una leggenda. Ma sapete perché il Barcellona si privò di quel gioiello? Per pagarsi i costi della ristrutturazione del suo Camp Nou e per rivitalizzare il settore giovanile. Non male, vero?
Sarebbe utile riconoscere il proprio ritardo culturale e imprenditoriale prima di procedere: è questo che ci zavorra, non il destino cinico e baro. E’ questo che manda i tifosi italiani in stadi che hanno un’età media di 68 anni. Certo che lo stadio di proprietà è un affare: peccato che gli altri se ne siano accorti molto prima e che i club abbiano riversato tutti i loro soldi nelle tasche dei giocatori. Così l’Arsenal vede i suoi ricavi da stadio al 45% del fatturato contro il 17% del Milan e il 14% dell’Inter.
Ha ragione Galliani, col suo senso del realismo: siamo in quarta fila e potremmo scivolare in quinta. Ma per risalire la corrente dobbiamo cominciare a chiamare le cose con il loro nome e avviare politiche coraggiose. Punto primo: troncare i rapporti indebiti fra le società e i gruppi ultrà e rendere lo stadio vivibile, aperto a tutti. con posti numerati, tutti a sedere, con ogni garanzia per i clienti-tifosi. O così o la giungla attuale.
Franco Arturi (da La Gazzetta dello Sport di venerdì 5 agosto 2011)
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